SHOPPING COMPULSIVO

SHOPPING COMPULSIVO

Disturbi inconsapevoli

Quando il normale e sano gesto di acquistare un oggetto per necessità si tramuta in ossessione ed è mosso dal solo ‘piacere di acquistare’ si è di fronte a un comportamento patologico noto come shopping compulsivo o oniomania (dal greco onios = in vendita; mania = follia).

Generalmente inquadrato tra le nuove dipendenze comportamentali, il disturbo provoca disagio emotivo, ripercussioni a livello relazionale e sociale (con ripeture bugie a familiari e amici) e gravi conseguenze economiche e legali.
Alcuni professionisti considerano tale disturbo simile all’abuso di sostanze, per altri, invece, risulta essere parte dei disturbi appartenenti allo spettro ossessivo-compulsivo. Di fatto, però, lo shopping compulsivo non è stato ancora inserito nei manuali diagnostici come il DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), nella macrocategoria ‘Disturbo ossessivo-compulsivo e disturbi correlati (APA, 2013)’, categoria sostanzialmente sovrapponibile al concetto di spettro ossessivo, e nell’ICD-10 (International Classification of Diseases).
Tenendo conto dei criteri diagnostici formulati può essere inquadrato come «disturbo del controllo degli impulsi non altrimenti specificato» e nella letteratura scientifica, spesso, è associato a depressione, ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, gioco d’azzardo patologico, disturbi alimentari e cleptomania.

Fare acquisti, il più delle volte, è un modo per coccolarsi e sentirsi appagati; il problema sorge quando si fa regolarmente ricorso all’acquisto per trovare consolazione e appagamento e un gesto ‘normale’ diventa ossessivo.
Quindi, la frequenza negli acquisti, come la perdita di volontarietà, l’eccesso nel comprare cose a prezzi superiori di quelli che ci si può permettere e il significato emozionale che si da al gesto, sono tutti campanelli d’allarme che devono mettere in guardia.

Difficile stimare quante persone ‘soffrano’ di shopping compulsivo; in Italia si ipotizza siano circa il 5,5% della popolazione.
A essere interessate sono maggiormente donne tra i 20 e i 30 anni (95%), persone che hanno o hanno avuto un altro disturbo della sfera emozionale (depressione, ansia, fobie) o che hanno subito micro o macro traumi.
Altro fattore predittivo risulta essere il Disturbo da Deficit dell’Attenzione (ADHD); sono stati rilevati anche dati a supporto di bassa autostima, basso livello culturale ed elevata tendenza all’estroversione.

Esitono vari profili psicologici del compratore compulsivo e, non di rado, possono ritrovarsi nella stessa persona.
Si distinguono:
– gli impulsivi, che acquistano senza premeditazione, escono per sbrigare commissioni e rientrano con un oggetto acquistato senza alcuna valutazione e che risulta anche inutile, spesso non utilizzato e non corrispondente ai propri gusti personali;
– i seriali e gli accumulatori, che acquistano in maniera compulsiva, come in una sorta di rituale. Ci si sofferma quasi sempre sugli stessi oggetti e spesso si diventa accumulatori di borse, scarpe, orologi ecc. Ci sono individui che non si sbarazzeranno mai delle cose accumulate, seppur mai utilizzate, come esistesse una specie di legame affettivo con esse;
– gli emotional buyer, per i quali fare acquisti rappresenta una sorta di ansiolitico per contrastare una giornata storta o per tenere a freno emozioni negative. A volte, come accade per il cibo, sono portati a fare delle vere e proprie abbuffate di acquisti, per riempirsi emotivamente;
– i vanitosi, che acquistano per apparire speciali, rimuginano sulla possibilità di acquisto, combattendo con se stessi per motivare la necessità di un capo nuovo, ad esempio, e alla fine, trovano il modo di ingannarsi, vincere le resistenze economiche o morali e, ottenuto l’oggetto desiderato, si sentono onnipotenti;
– i fashion victim, persone che si fanno influenzare da pubblicità e spinta consumistica all’acquisto dell’ultimo modello di un determinato oggetto o capo, ritenuto indispensabile, ma di fatto solamente ‘alla moda’;
– i tossici, persone che svuotano il gesto dell’acquisto del suo significato sociale ed emotivo, ma sono letteralmente ‘drogati’ dal brivido che avvertono al momento dell’acquisto, simile a ciò che prova un giocatore d’azzardo. Questi individui mostrano le caratteristiche tipiche di una tradizionale dipendenza: il craving (desiderio impulsivo), l’astinenza, la perdita di controllo e la tolleranza (aumentare la ‘dose’ per ottenere lo stesso effetto).
Le spese compulsive riguardano principalmente abiti, borse, scarpe, gioielli e prodotti di bellezza.

Si tratta di cose di cui non si ha reale bisogno, come già sottolineato, o che magari già si possiedono, non corrispondenti ai propri gusti o che sono al di fuori delle proprie possibilità economiche. Spesso, perdono velocemente di interesse e vengono restituiti, nascosti o regalati.
Cio accade soprattutto per oggetti acquistati dalle televendite online, terreno fertile per i profili ‘tossici’ e per i ‘fashion victim’.

Nel corso degli anni sono stati sviluppati test (soprattutto questionari) per diagnosticare tale problema, ma questi strumenti risultano essere poco specifici.
Lo shopping compulsivo è un fenomeno molto complesso, con svariate sfumature e, mancando un accordo della comunità scientifica sulla sua classificazione, risulta difficile anche stabilire metodi diagnostici efficaci.
A chi vive una condizione già conclamata di compratore compulsivo o a chi desidera riportare il proprio modo di fare acquisti su un binario di cui poter avere controllo, è consigliabile:
– non utilizzare carte di credito;
– evitare lo shopping online (soprattutto chi è già consapevole di avere una predisposizione per il gioco d’azzardo; l’online attiva il meccanismo compulsivo e la dipendenza-astinenza dal gesto);
– fare attenzione a offerte civetta (sconti, saldi, etc.): ciò vale principalmente per chi si sente fashion victim;
– stabilire un budget di spesa;
– imparare ad emozionarsi per evitare l’acquisto emotivo.

Essendoci poca chiarezza diagnostica, è piuttosto difficile individuare terapie adeguate. E i singoli casi andrebbero valutati e studiati in modo individualizzato.
Attualmemte, l’approccio più consono è quello intergrato psicoterapico e farmacologico.
Dal punto di vista psicoterapico, risulta avere maggiore efficacia la Terapia Cognitivo Comportamentale, che prevede un trattamento suddiviso in 12 step. Come prima cosa, il paziente viene messo a conoscenza del percorso da intraprendere, per poi analizzare, assieme ai professionisti del settore, i comportamenti compulsivi e i pro e i contro del cambiare tale modalità comportamentale. Viene, poi, un sistema di gestione del denaro maggiormente funzionale che miri alla riduzione del danno economico e finanziario.
Dal punto di vista farmacologico, medicinali ad azione anti-ossessiva e anti-impulsiva possono aiutare a gestire meglio impulsività, tossicofilia per l’acquisto e la tendenza all’accumulo, favorendo l’effetto della psicoterapia.



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