SICUREZZA SUL LAVORO

SICUREZZA SUL LAVORO

Il ‘bianco’ del silenzio e dell’oblio

Nel 2021 più di 3 persone al giorno hanno perso la vita sul lavoro. Ben 1.221 gli incidenti con esito mortale registrati nell’intero arco dello scorso anno. Complessivamente, le denunce di infortunio sono state 555.236, e in aumento sono anche le patologie di origine professionale denunciate (55.288). Nei primi tre mesi di quest’anno i morti sul lavoro sono già 114.

Sono i dati dell’emerso, perché ignoto resta il sommerso del lavoro irregolare, che non conosce denunce.
Numeri comunque impressionanti. Numeri dietro i quali ci sono persone, spesso con sogni e ambizioni legati a doppio filo con quel lavoro che invece ha portato dolore.

Storia antica, storia nuova, storia inaccettabile.
Le chiamano ‘morti bianche’, ma di bianco non v’è nulla. C’è solo il nero del dolore di chi resta, della sciatteria di chi non cura la sicurezza dei posti di lavoro, il nero della negligenza di non opera i controlli.

«L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro», recita l’art. 1 cost. Ma il riferimento è a quel lavoro che dà dignità, che nobilita, che consente di realizzare le ambizioni, che produce ricchezza, e che dà al singolo un ruolo nella comunità. Non a quello fatto di sfruttamento, salari inadeguati, assorbente oltre il sostenibile.

Eppure quella che si racconta ancora oggi è una storia che affonda le radici in tempi lontani.
Torna in mente ‘Rosso Malpelo’, una delle novelle più note novelle di Verga, pubblicata per la prima volta nel 1878. Narra la storia di un ragazzino che lavora in una cava di rena. Malvoluto, isolato da tutti, soltanto il padre Misciu Bestia gli vuole davvero bene. Anche Misciu Bestia lavora nella stessa cava di Malpelo ed è lì che, in una giornata di lavoro, rimane ucciso. «Il babbo di Malpelo aveva fatto la morte del sorcio». Il giovane, disperato, pur di salvare il padre, inizia a scavare a mani nude, ma invano. Quella morte lo segnerà a tal punto da portarlo, un giorno, ad addentrarsi in uno stretto cunicolo della cava, dal quale non uscirà mai più.

Quella di Rosso Malpelo non è una storia vera, ma è una storia di verità.

Incidenti, infortuni e vere e proprie tragedie sono diventate così comuni, così drammaticamente frequenti da non allarmare più. Nessun clamore. Neppure da parte della stampa. Come se si trattasse di accadimenti casuali, comunque inevitabili.
Perché le morti bianche suscitino clamore occorre che siano legate a fatti eclatanti, magari con il coinvolgimento di più persone. Si pensi ad esempio alla tragedia della ThyssenKrupp di Torino, dove nel dicembre del 2007 si è consumato un vero e proprio olocausto. In quel caso, l’eco mediatica è stata talmente forte e potente da generare, all’indomani dell’incendio, una serie di iniziative finalizzate alla denuncia dell’accaduto, e nel contempo al mantenimento della memoria delle vittime.
Sfortunatamente, però, il quotidiano è pieno di anonimi lavoratori, di cui nulla si sa e nulla si racconta. Forse solo questo c’è di bianco in queste realtà mortifera, lo spazio dell’indifferenza, il vuoto del silenzio e dell’oblìo.

È inaccettabile parlare di inevitabilità.
Anche lasciando al caso la sua porzione di incontrollabilità, le condizioni di lavoro sono più che prevedibili. Il rischio è molto più definibile e individuabile di quanto si percepisca. O almeno dovrebbe esserlo.
L’applicazione dell’ingegno, l’osservazione delle precauzioni, la formazione professionale adeguata, lo studio dei tempi, la verifica preliminare delle condizioni: tutto questo potrebbe aiutare a ridurre il rischio.

Ma perché il fenomeno ha raggiunto queste dimensioni?
Le cause dell’incremento delle ‘morti bianche’ sono molteplici: corruzione, scorretta politica, salari inadeguati e, soprattutto, mancanza di misure di sicurezza sul lavoro.
Le cause dei tristi accadimenti stanno nelle modalità operative non idonee (errori nelle procedure di sicurezza, che spesso si traducono in pratiche abituali in azienda o dovute a formazione assente o carente); nei problemi riguardanti l’ambiente di lavoro (assenza di apprestamenti di sicurezza, percorsi attrezzati, segregazione di zone pericolose o illuminazione adeguata); in utensili, macchine, impianti non rispettosi degli standard di sicurezza.

Nella generalità dei casi ci si trova di fronte a criticità che potevano essere individuate già in fase di valutazione dei rischi e gli infortuni potevano essere evitati con adeguate misure di carattere organizzativo.
L’organizzazione dei processi produttivi risponde sempre a esigenze di redditività e produttività dell’impresa. Gli aumenti di produttività vengono ricercati nell’intensificazione dei ritmi di produzione, nella saturazione dei tempi ciclo, nell’allungamento delle ore di lavoro. Al lavoratore viene chiesto di dare sempre il massimo, e l’intensificazione dei ritmi di produzione aumenta i rischi di infortunio, dovuti alla fatica, all’abbassamento della soglia di attenzione. Una rincorsa esasperata alla produttività che talvolta porta addirittura a fare a meno delle protezioni nei macchinari.
Le priorità devono essere, dunque, la formazione e la prevenzione. Occorrono poi maggiore rispetto delle norme, applicazione concreta delle leggi, migliori investimento ed effettivo utilizzo dei dispositivi di protezione.



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