SPOPOLAMENTO E INCLUSIONE SOCIALE: QUALI PROSPETTIVE?

SPOPOLAMENTO E INCLUSIONE SOCIALE: QUALI PROSPETTIVE?

In Sardegna la popolazione invecchia e i giovani vanno via: un impoverimento demografico accompagnato da un declino economico che appare difficile da arrestare.
Meno reddito, quindi, ma anche meno risorse e meno impresa. L’ultimo report realizzato dal Centro Studi della Cna Sardegna (confederazione nazionale dell’artigianato) evidenzia come l’inarrestabile calo demografico, in particolare nell’entroterra sardo, abbia causato una enorme perdita di ricchezza dell’Isola, dove in soli sette anni sono andati perduti oltre 230 milioni di euro (valutati ai prezzi del 2019) di reddito annuo dei residenti.
La crisi che ha fatto seguito all’emergenza sanitaria è solo l’evento più recente che, in Sardegna, si è inserito in un contesto di persistente debolezza economica e declino demografico che va avanti da oltre trent’anni e che colpisce ora alcune aree ore altre.
Lo spopolamento cammina veloce, molto più spedito dei tanti discorsi e proclami con i quali si cerca di combatterlo.
Non si riesce a tenere il suo passo. Secondo le precedenti previsioni, entro il 2030 circa un centinaio di comuni sardi, piccoli e micro, sarebbero spariti dalla cartina dell’isola. Ed è di qualche giorno fa la notizia che, per la prima volta, la Sardegna è scesa sotto il milione e seicentomila abitanti.
Perde un territorio ricco di tradizioni locali, beni naturali e paesaggistici, che vedrà progressivamente scomparire la sua identità culturale.

Tra le cause dello spopolamento la totale assenza di una rete viaria che possieda gli standard previsti per le autostrade e la conformazione del territorio, che rende difficile l’utilizzo della rete stradale soprattutto nelle zone interne.
Senza un progetto di sviluppo adeguato che ponga maggiore attenzione alle dinamiche socio-economiche di ciascuna zona attraverso la valorizzazione e la tutela dell’immenso patrimonio paesaggistico e culturale delle aree, il rischio è che il fenomeno stesso, accelerando, possa portare, in certe realtà, non solo a una morte economica, ma anche a una ben più irreversibile morte anagrafica. Un trend negativo che a poco a poco interesserà tutta l’isola, con rischi sempre più elevati di esclusione sociale e incidenza sulla povertà.
L’obiettivo da prefiggersi, dunque, non dovrebbe essere unicamente il contenimento del fenomeno dello spopolamento, quanto l’inversione dell’attuale tendenza ad abbandonare le aree (interne), considerato anche l’assetto demografico dell’isola che presenta una densità abitativa di 68 ab/kmq, considerevolmente inferiore sia alla media italiana (189 ab/kmq) che a quella insulare (189 ab/kmq) e quella meridionale (190 ab/kmq).
La questione calo demografico è, dunque, centrale per l’inclusione sociale, ma non c’è una sola ricetta per risolvere il problema.

Da dove partire?

Il primo obiettivo dovrebbe essere quello di rendere appetibile la vita soprattutto nei piccoli Comuni accorciando le distanze con i grandi centri attraverso una migliore viabilità (e un processo di digitalizzazione che ancora arranca).
Per quanto riguarda le strade, basta sovrapporre due cartine, la prima che indica le zone a rischio spopolamento e la seconda l’indice di accessibilità, per avere la conferma di quanto strade e collegamenti siano fondamentali: dove non ci sono, o dove sono disagevoli – come la maggior parte delle strade interne dell’isola – i paesi si svuotano.
Migliorare le infrastrutture, con particolare riferimento alla viabilità interna, rispetto alla quale attualmente i comuni di alcune zone risultano fortemente carenti, rappresenterebbe, pertanto, un’importante passo per incentivare in quelle stesse zone i livelli di occupazione, efficace volano per il loro ripopolamento, primo gradino per l’inclusione sociale.
Ma non basta.
Per salvare la Sardegna e le sue 377 comunità ‘dall’esclusione sociale’ dovuta allo spopolamento in atto, servirebbero, in particolare, politiche a mosaico che possano incidere su servizi come sanità, scuola, trasporti, mobilità, sicurezza e sulle politiche familiari-infrastrutture sociali, cioè il diritto alla casa, i servizi per la prima infanzia, tutela del posto di lavoro, armonizzazione dei tempi di lavoro.
Le donne, su cui ricadono prevalentemente i rischi di esclusione più gravi, vorrebbero essere anche madri e chiedono maggiori garanzie. Cercano lavori qualificati e servizi per conciliare gli impegni familiari: serve un piano d’attacco che può essere sostenuto con le risorse del Recovery fund. Ma è importante che ci sia coscienza della gravità del problema per affrontarlo al meglio, con le giuste competenze.
Stesso discorso per quanto riguarda la digitalizzazione.
In assenza di misure sinergiche e coordinate, infatti, non è pensabile frenare lo spopolamento in itinere, per il quale la sola politica di sviluppo rurale risulterebbe del tutto insufficiente, e dunque parlare di strategie politiche per l’inclusione sociale.
Il primo obiettivo per poterne parlare concretamente, allora, deve essere quello di rendere attrattiva la vita nei piccoli Comuni, considerando prioritarie le azioni di ristrutturazione, adeguamento, completamento e creazione di infrastrutture e attrezzature a sostegno dei servizi alla persona e alla comunità.
Occorrerebbe, ad esempio, un progetto di sviluppo adeguato che ponga maggiore attenzione alle dinamiche socio-economiche, attraverso la valorizzazione e la tutela dell’immenso patrimonio paesaggistico e culturale delle aree interne, ripensando la qualità della domanda turistica, promuovendo un turismo culturale, naturalistico, esperienziale e promuovendo la cultura, l’economia, l’artigianato e le tradizioni locali.
Lo sviluppo di un territorio dipende dai tempi di relazione tra un settore ed un altro, e la Sardegna in questo senso è ultima in Italia.
Il potenziamento della rete ferroviaria in Sardegna, inoltre, colmerebbe il gap infrastrutturale che penalizza lo sviluppo socio-economico dell’Isola contribuendo, anche lui, ad aggredire i molteplici fattori che impediscono lo sviluppo di risorse a svantaggio delle comunità.
Attorno a questa arteria principale dovrebbero essere programmate e rafforzate tutte le connessioni intermodali locali, ferrovie a scartamento ridotto, tram, bus. Sassari, Olbia, Cagliari non interagiscono, infatti, a sufficienza e ciò impedisce ai piccoli centri un avvicinamento all’insieme del sistema sardo in tempi rapidi .
Un efficiente collegamento merci tra i tre porti principali porterebbe la Sardegna a diventare quel centro delle autostrade del mare di cui si parla da tempo, incentivando gli scambi culturali.
Anche le Zes, sulle quali la Giunta della regione Sardegna ha impresso recentemente una forte accelerazione, assumerebbero a loro volta una importanza vitale.

Diventa allora fondamentale rivendicare la corretta assegnazione delle risorse per favorire azioni che portino ricadute positive nelle comunità locali e individuare le priorità degli interventi, auspicando supporto e monitoraggio da parte delle Istituzioni competenti. Non è più possibile accontentarsi di piccoli interventi inadeguati a risolvere le esigenze fondamentali e non strategici per una trasformazione radicale del territorio sardo che porti ad una vera inclusione sociale.

Partendo dalla considerazione di base che il disagio delle fasce deboli della popolazione debba essere ricomposto all’interno della comunità e dello sviluppo del territorio, l’obiettivo dovrebbe essere quello di migliorare significativamente il livello dei servizi alle persone, per permettere un salto di qualità sufficiente a vivere dignitosamente anche nei piccoli centri, con un accesso adeguato ai servizi di base come la sanità, gli alloggi e l’istruzione, l’inclusione nel mercato del lavoro e un’occupazione di qualità. Occorrerebbe uno strumento di forte integrazione tra interlocutori pubblici e privati i quali, ognuno nella specificità del proprio ruolo, ma in modo integrato, portino avanti azioni complesse di intervento per favorire l’inclusione sociale.
Insomma, valorizzazione dell’inclusione sociale quale strumento strategico per promuovere la sperimentazione di modelli e strumenti innovativi, basati sulla creazione di reti sociali tra istituzioni, imprese, terzo settore e sistema formativo per frenare la morte economica ed anagrafica delle zone soprattutto interne della Sardegna, morte che è anche una morte culturale, in quanto l’impoverimento del territorio porta a un impoverimento del capitale umano, con gli individui culturalmente più preparati che prediligono contesti socio-economici più dinamici e tendono a spostarsi verso le grandi città o all’estero.



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