TURISMO POST-COVID – TRA BUROCRAZIA E NECESSITA’ DI IMMEDIATA ‘RI-PARTENZA’

TURISMO POST-COVID – TRA BUROCRAZIA E NECESSITA’ DI IMMEDIATA ‘RI-PARTENZA’

Rimettere in moto l’offerta turistica non può essere un invito, ma un imperativo.

E, per farlo, è fondamentale, oltre che necessario, individuare misure e soluzioni che mettano in condizioni di sicurezza le strutture ricettive (siano esse stabilimenti balneari, alberghi, case vacanza o rifugi di montagna).

La Fase 2 è entrata nel vivo, ma, in mancanza di un approccio sistemico e di tipo collaborativo tra pubblico e privato, restano incertezze sui protocolli di sicurezza.

Quanto effettivamente è stato chiarito sul come ripartire?

Prevedere un accesso regolamentato tramite prenotazione non basta. Come occorre comportarsi se un ospite ha la febbre?

Cosa deve sapere il personale?

Dare una risposta a questi e a tanti altri quesiti deve rappresentare una priorità per il rilancio di un settore che rappresenta il 14% del PIL e il 10% a livello europeo.

Si aggiungano le difficoltà oggettive nella regolamentazione degli accessi alle spiagge libere che sembra per lo più affidata al buon senso degli amministratori di ogni regione chiamati a definire le modalità di fruizione delle stesse. La conseguenza? Da un lato ci sono regioni virtuose, come l’Emilia Romagna, che ha portato alla condivisione di un documento con associazioni di categoria, sindacati, comuni costieri e direzione marittima per mettere nero su bianco le regole da rispettare per l’estate. Dall’altro, regioni nelle quali pensare di limitare l’accesso alle spiagge è una missione logisticamente ed economicamente impossibile.

Anche il comparto della ristorazione chiede chiarezza, uniformità e soprattutto interventi consistenti e veloci.

L’esonero dal pagamento di TOSAP e COSAP a partire dall’1 maggio fino al 31 ottobre 2020 per le imprese di pubblico esercizio (di cui art. 5, l. n. 287 del 1991), titolari di concessioni o di autorizzazioni di suolo pubblico, è solo una piccola goccia per un settore in grande sofferenza. Oltre ai costi del processo di organizzazione della sanificazione, vi è che i posti a sedere e pertanto si riducono tanto che, per alcuni ristoranti già piccoli, riaprire sarebbe inutile, anzi controproducente.

Insomma, la macchina burocratica delle soluzioni è ancora una volta lenta e macchinosa.

Nell’ultimo decreto del Presidente del Consiglio una parte delle risorse economiche è stata dedicata alla ripresa di questo settore, ma quanto saranno sufficienti?

In più, la Commissione europea ha presentato un pacchetto di Linee guida e Raccomandazioni con l’obiettivo di non creare discriminazioni in base al Paese di provenienza. Eppure, i Paesi membri, in maniera autonoma, decidono quali misure adottare attraverso ‘accordi bilaterali’, ‘corridoi turistici’.

E l’Italia? Considerata ‘terra di contagio’, rischia di diventare ancora una volta la Cenerentola d’Europa.

È necessario un Piano d’azione europeo a supporto del settore turistico, perché, nonostante il grande impegno e i notevoli fondi che i diversi Paesi stanno dedicando al settore (e lo dimostra il decreto Rilancio approvato in Italia solo pochi giorni fa), l’impatto negativo è tale che nessuno può pensare di farcela da solo. Per l’Italia, serve inserire l’intera filiera turistica in via preferenziale in tutti i programmi di ripresa e di investimento europei. Le imprese turistiche stanno impiegando risorse ed investimenti per la sanificazione e la sicurezza delle strutture e sul sistema di monitoraggio epidemiologico; vanno sostenute con interventi mirati e congrui.

Un’adeguata uniformità di trattamento e un intervento europeo organico sono quanto mai urgenti.



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